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la mostra

VEMA città possibile

Mantova, Casa del Mantegna
28 settembre - 25 novembre 2007

Progettazione e coordinamento
generale della nuova mostra
Franco Purini, Margherita Petranzan

Allestimento
Franco Purini, Margherita Petranzan, Walter Tronchin

Collaboratori per promozione eventi e organizzazione materiale
Nicola Marzot, Francesco Menegatti, Livio Sacchi, Walter Tronchin, Sara Caburlotto

Collaboratori esterni
Massimo Ferrari, Alessandro Campera

Definizione e elaborazione informatica di VEMA versione 2007
Massimiliano De Meo

Comunicazione visiva
Giuseppe De Chirico, Matteo Ballarin

Con il patrocinio di
Consiglio Regionale della Lombardia, Provincia di Mantova, Casa del Mantegna, Comune di Roverbella, Comune di Nogarole Rocca, BAM Banca Agricola Mantovana, Confindustria Mantova, Collegio Costruttori Edili - ANCE Mantova, Fondazione Italcementi Cavaliere del lavoro Carlo Pesenti
VEMA a Mantova
Franco Purini

La Casa del Mantegna è uno delle architetture più belle e misteriose di Mantova, una costruzione dalle proporzioni magiche la quale, oltre a essere uno straordinario museo di se stessa, è stata negli ultimi anni la sede di mostre importanti. Per la suggestiva identità architettonica di questo celebre edificio, e anche per il suo prestigio come luogo espositivo, è un onore che VEMA, Città possibile, vi sia ospitata, anche se è molto impegnativo il confronto tra il progetto che verrà presentato e lo splendido monumento che lo accoglierà.
VEMA, che è stata nel 2006 il centro tematico del Padiglione Italiano alla 10ma Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, vuole essere una città ideale, e Mantova, per molti suoi aspetti, è senza dubbio un organismo urbano nel quale lo spazio vive contemporaneamente nella realtà e nella rappresentazione. Ornata da bellissime opere di Leon Battista Alberti e di Giulio Romano essa è una città nella quale l'idealità ispira e modella strade e piazze, conferendo ad esse una qualità unica e irripetibile. C'è poi da dire che nel momento in cui VEMA doveva incontrare il territorio per il quale è stata pensata, si è rivelato necessario contestualizzarla ancora di più nel dialogo che essa ha iniziato con un paesaggio che è intenso e insieme rarefatto. Un universo orizzontale scritto in ogni sua parte dagli elementi fisici ma anche poetici di una agricoltura millenaria, attraversato da una fitta rete infrastrutturale, caratterizzato da una minuta tessitura di piccoli centri, ciascuno dei quali portatore di un frammento prezioso di storia.
Tale lavoro di approfondimento si è materializzato in un nuovo schema insediativo, VEMA seconda, che dialoga più in profondità con il complesso quadro ambientale nel quale si inserisce. Chi scrive, il curatore del Padiglione Italiano, si aspetta, assieme a Nicola Marzot, Margherita Petranzan e Livio Sacchi, che hanno condiviso con lui la preparazione della mostra veneziana, dall'arrivo di VEMA a Mantova utili indicazioni per il futuro di una città nuova, utopica, di fondazione, innovativa, che non è più una semplice ipotesi ma una realtà, ormai nota e consolidata dalla ricerca architettonica, che cerca di diventare una città concreta.
Concludendo questa veloce introduzione vorrei ringraziare la Provincia di Mantova, nelle persone del suo Presidente, Maurizio Fontanili e dell'assessore alla Cultura e al Turismo, Roberto Pedrazzoli; il Comune di Roverbella, il Comune di Nogarole Rocca, Gianluigi Coghi, Presidente dell'Ance di Mantova, la Confindustria, la Biennale di Venezia, la DARC (Direzione Generale per l'Architettura e l'Arte Contemporanee del Ministero per i Beni e le Attività Culturali), la Banca Agricola Mantovana. Un sentito grazie ai venti giovani gruppi di architetti che con la loro intelligenza e la loro capacità creativa hanno dato vita a un esperimento significativo, tracciando il coinvolgente ritratto di un futuro della cultura progettuale italiana che vale la pena vedere realizzato.
Un ringraziamento particolare alla Fondazione Italcementi Cavaliere del lavoro Carlo Pesenti per le borse di studio assegnate ai giovani progettisti. Per i pannelli espositivi infine si ringraziano: Agav, Consorzio Progettomarmo Verona, Consorzio atelieritaliano Verona, Stone Italiana Verona, Performance in Lighting Verona, Menotti Specchia Verona, Veronafiere Verona.

VEMA città possibile
Margherita Petranzan

Qui è il tempo del dicibile,
qui la sua patria.

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi (9)

VEMA, nuova città italiana, "pensata" da Franco Purini per la 10ma Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, è una città concretamente inserita in uno specifico territorio e collocata tra Verona e Mantova in prossimità dei corridoi ferroviari europei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo.
È una città ideale e utopica, perché progettata, per ora, solo da architetti e privata del fondamentale apporto delle strutture istituzionali e politiche preposte al governo del territorio, di quelle economiche e produttive e della società civile, che, per un'eventuale realizzazione dovrebbero necessariamente organizzarsi, con i tecnici, attorno a un tavolo di concertazione funzionale a recepire tutte le istanze e le richieste per ottenere risultati che rispondano realisticamente a bisogni legati all'abitare, oggi, una rinnovata dimensione urbana. VEMA percorre l'utopia della realtà, in modo disincantato, anche se immediatamente e totalmente funzionale all'allestimento di un'importante mostra, proiettandosi comunque nel futuro. Un futuro prossimo, però, che deve arginare le derive della contemporaneità, deve passare dallo smisurato alla misura, deve ripristinare valori perduti, deve rientrare nei limiti di una produzione e progettazione legate alla possibilità di un vivere civile garantito da regole osservate e osservabili. Accomunata alla crisi dell'arte contemporanea, anche l'architettura subisce gli "eccessi" della cosiddetta libertà di espressione che altro non è se non un vero e proprio attentato ai valori sia etici che estetici che fino alla metà del XX secolo hanno riempito di senso la scena artistica; valori che continuano a essere richiamati in causa da ogni dove come necessari per garantire non solo la qualità dei prodotti artistici e architettonici, ma anche e soprattutto la qualità del vivere civile. Nel progetto di VEMA c'è consapevolezza di un "crepuscolo" dei luoghi in atto, oltre che di quello degli Dei, ma c'è anche la speranza di una "rifondazione" possibile, anche se siamo in balia di una "globalizzazione isterica" - come dice Paul Virilio - che manca di profondità in tutti i sensi: profondità di tempo che elimina ogni prospettiva storica (non è un caso che si tenti di allontanare Vitruvio e Leon Battista Alberti dal vocabolario degli architetti) per l'istantaneità degli accadimenti che in tempo reale si presentano possibili. VEMA è una città di fondazione, nuova nel suo genere per l'Italia, anche se può far ricordare Sabaudia e Aprilia di Adalberto Libera, fondatore, nel 1926, del Gruppo 7 (con Figini, Frette, Larco, Pollini, Rava e Terragni) e nel '28 del MIAR (Movimento Italiano per l'Architettura Razionale). È una ri-fondazione "esemplare" e molto controllata sul piano delle proposte, per questo inizio secolo, caratterizzato, in architettura, da "libertà distruttive" o da "restaurazioni" altrettanto dannose, anche se ogni rifondazione si pone come inevitabile evento, e, come tale, disarma e spaventa.
Ogni evento che disturba la continuità di un modus vivendi può assumere le vesti di un incidente che crea scompiglio, come da sempre succede per ogni manifestazione creativa.
VEMA è contemporaneamente un evento e un rigoroso progetto di aggregazione urbana, contro il narcisismo formalista che ha contraddistinto gli ultimi trent'anni di nuove proposte in questo campo. In VEMA non c'è immediato riferimento "consolatorio" rispetto a prodotti sia passati che presenti; non c'è nemmeno tensione utopica autoreferenziale che organizza pericolosi spostamenti di genere e perdita di significato dei gesti progettuali che si propongono alla stregua delle più arbitrarie libertà espressive legate all'arte contemporanea.
VEMA è una città da abitare, e come tale è pensata; tutto ciò che appartiene alla "fluida" e disincantata vita dell'uomo del XXI secolo è serenamente accolto per essere trasformato in civile convivenza. VEMA, città policentrica, non fagocitante, con strade che comunicano, non private di sbocco, pensate come collegamenti indispensabili fra le parti della città e il resto del territorio, e come modalità di utilizzo e di vedibilità delle strutture edificate.
Strade oggi «necessarie quanto l'acqua e l'aria che si respira, perché sono 'corridoi dell'anima' e delle oscure traiettorie della memoria», come dice Virilio. Strade che si intersecano decantando gli spazi aperti che di volta in volta si organizzano o come piazze o come spazi verdi. Il modello direttore di VEMA prevede strade e canali che si collegano, come un sistema venoso e arterioso, alle direttrici viarie più importanti e ai grandi fiumi che insistono sul territorio. VEMA ritorna alla misura e si da un limite, perché si struttura dentro a un rettangolo aureo, grande e importante sfida per l'architettura della modernità. VEMA riparte dall'architettura come strumento di conoscenza e di azione: è l'architettura sperimentale della città, capace essa stessa di costruire situazioni nuove per modificare le attuali concezioni di tempo e di spazio, la cui principale caratteristica è la "deriva" continua che provoca il completo spaesamento degli abitanti dovuto a un incessante mutamento del paesaggio urbano. In VEMA lo spazio "stanziale" e lo spazio "fluttuante" e "nomade" convivono interpretando i bisogni di una società "contaminata", alla continua ricerca di equilibrio.
VEMA è una città italiana, anche se le città italiane, in genere, oppongono grande resistenza al cambiamento. È una resistenza dura fornita dalle pietre della storia, ma soprattutto, e in modo più radicale, dalle mentalità, legittimate a ritenere nella memoria collettiva alcune immagini spaziali di luoghi che in questo modo ricevono l'impronta di un determinato gruppo. VEMA esce dal delirio delle mentalità proponendosi, però, come rinnovamento consapevole della necessità del "limite" che una ri-fondazione impone. VEMA è allora una città possibile.


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