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Antonella Mari

Campi di turbolenza psicologica, ospedale di VEMA


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Antonella Mari

Con
Matteo Lorusso
Collaboratore
Marcello Reina
Artista
Paolo Radi, Alam, 2006 (coordinamento artistico: galleria A.A.M. Arte Architettura Moderna, Roma)

Se c'è un luogo che nel futuro vorremmo immaginare diverso, questo è l'ospedale, il luogo del dolore fisico, della vulnerabilità e della instabilità psicologica. Ci sembra, invece, che tra tutti i luoghi l'ospedale sia quello che maggiormente resiste al cambiamento, almeno dal punto di vista della percezione che ne ha l'utente.

Partendo dall'interpretazione delle linee guida indicate recentemente dal Ministero della Sanità, questo progetto vuole affermare la necessità che l'ospedale, per la sua intensa relazione con l'intero ciclo della vita umana, acquisti una dignità e un carattere architettonico troppo spesso trascurati. Abbiamo pensato all'ospedale come all'organon della città, sede della generazione e della rigenerazione della vita stessa, laboratorio e dispensa di materiale biologico. Ne abbiamo ridefinito innanzitutto il rapporto con la città allo scopo di renderlo più familiare e aperto agli utenti, per esorcizzarne la carica di sofferenza e paura. L'interazione con il tessuto urbano avviene secondo due direzioni: da un lato gli spazi e i volumi dell'ospedale si estendono nella città; dall'altro la riduzione dei tempi di degenza e la pratica dell'assistenza domiciliare e on-line, insieme con l'istituzione di punti di controllo della salute e di monitoraggio dell'ambiente, disperdono virtualmente le attività sanitarie, con il risultato non secondario di predisporre dei filtri, dei punti di prevenzione e primo intervento che consentano una più agevole gestione dell'intera struttura sanitaria. Il programma di umanizzazione – punto cardine nelle direttive del Ministero della Sanità – si esprime nella disposizione orizzontale dei volumi in modo che non ci sia separazione netta tra l'unità sanitaria e le aree residenziali, le piazze, le strade, il parco; ma soprattutto, riguarda la considerazione della centralità del paziente nell'organizzazione delle funzioni. In questo senso, l'ospedale di VEMA è strutturato non per reparti o cliniche, come vuole l'attuale suddivisione basata sulle esigenze del personale medico e paramedico, bensì per aree psicologico/funzionali, che tengano conto dei tempi di utilizzo degli spazi, delle modalità di cura e delle ipotetiche condizioni fisiche ed emotive dei pazienti. Sono state definite tre principali aree funzionali, a partire dalle tendenze e dalle ricerche più recenti in campo medico e scientifico. Si è individuata un'area che possa far fronte alle esigenze derivate dall'aumento delle malattie degenerative e auto-immuni, dall'allungamento della vita e dunque dall'aumento di utenti anziani: un'area dove i tempi di utilizzo e le modalità di accesso sono dettate dai tempi lunghi delle patologie croniche. Abbiamo letteralmente immerso gli spazi funzionali relativi a questa prima area in un grande parco, collegato con il parco del confine e fruibile dai pazienti agevolmente grazie all'andamento morbido delle pendenze. Quest'area contiene, oltre agli spazi per gli ambulatori e le unità di assistenza, la biblioteca scientifica, le sale convegni, un luogo sacro, le stanze dell'eutanasia e della terapia del dolore immerse nel giardino della canapa indiana. L'incentivazione delle nascite, il ricorso frequente alla fecondazione assistita, la spinta della ricerca in campo genetico, fanno ipotizzare l'opportunità che una grande superficie dell'unità sanitaria sia destinata all'area della generazione, che ospiterà banche per la conservazione di materiale organico e genetico, laboratori di bioingegneria, centri di assistenza e orientamento etico. La terza area è quella in cui la vita è legata a un filo, quella delle emergenze, del dolore acuto e dei tempi di intervento veloci: è l'area della rigenerazione, del pronto soccorso, della chirurgia intensiva, della chirurgia estetica, dei trapianti, della rianimazione; ma è anche l'area dell'espianto di organi, dell'ibernazione e del coma, della vita sospesa. Il sistema delle residenze, seguendo la stessa logica di specializzazione e di individualizzazione degli spazi pensata per il centro ospedaliero, si adatta alle necessità di un'utenza variata per tempi e modalità. Ciascuna unità abitativa si differenzia per la dotazione di un modulo opzionale o vocazionale che consenta l'espletamento di attività che sempre più tendono ad essere svolte in casa – pensiamo all'home work, alla comunicazione, alla creazione di ambienti virtuali; infine, appunto, alla cura del corpo e alla salute, praticabili in moduli abitativi tecnologicamente predisposti per l'assistenza sanitaria domiciliare. Grazie alla differenziazione delle funzioni e alla dislocazione delle unità di degenza nelle zone residenziali limitrofe, l'ospedale di VEMA diviene un ente di gestione e produzione dei beni economici, delle energie e delle risorse umane. Un campo di turbolenza psicologica? Ma chi ha paura dell'ospedale?
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