Giuseppe Fallacara LAGO_RGONE
Giuseppe Fallacara Collaboratori Nicola Parisi, Marco Stigliano, Marco Orsini, Marco Lomascolo Artista Emanuele Rubini, Gemma Architetto invitato Claudio D'Amato Guerrieri
Nella città un lago. Nel lago una città. D'acqua dolce. Una città scavata in una duna stereotomica, che racconta di molte storie di pietra. Una duna che offre il fianco a segni totemici, a percorsi che si insinuano tra residenze dense e dalle dimensioni generose, tra logge che si allargano a formare piazzette e vicinanze, tra ripari per barche e serre per piante acquatiche, percorsi che dal pelo dell'acqua salgono in cima, su un crinale che apre lo sguardo su VEMA, sul suo teatro marino dalla scena galleggiante, sui suoi hangar per piccoli cantieri navali. Un crinale che corre e si avvita a elica intorno a un grande serbatoio idrico: un serbatoio come un faro, che tiene chiuse in sé le due anime dell'acqua. Quella malvagia che richiede un segno per non perdere la rotta e quella di certezza di vita. Due anime che convivono in questa torre di Babele dei linguaggi, che si sfrange e si supera per diventare un faro per VEMA, città riconoscibile a distanza. Una città nella città, con le sue regole, le sue attività lavorative e legate al tempo libero, coi suoi spazi per l'aggregazione e la rappresentazione sociale, coi suoi spazi verdi e le sue vie di comunicazione. Solo che qui VEMA è una sorta di Waterworld, e VEMA sta per VEnezia e MAtera. Una città di acqua e di terra e pietra e luce. Una città che costruisce il proprio arroccarsi in cerca del silenzio. Di un silenzio architettonico innanzitutto: in cerca di forme senza tempo, metafisiche. Forme che nascono e cercano un senso che sia solo architettura e costruzione, forme stereotomiche e tettoniche. E poi fornire confortevolissime caverne e ripari a un uomo sempre più nomade e cosmopolita, che usa e getta la propria dimora, ma non la propria casa. La massima coniugazione di nomadismo e sostenibilità rimane la caverna. Porzione di spazio sottratto alle intemperie, in attesa di privatizzazione e appropriazione, un riparo che attende il suo inquilino per divenire casa. Il racconto Dorme Gea, esausta della sua sterilità contraffatta da inganni di sciamani, aspettando il suo nuovo sposo, colui che ancora la feconderà senza divorarne i figli. Kronos consuma la sua faretra lanciando dardi impazziti che mancano bersagli inesistenti. La ragione muore nel miraggio di aurore boreali lontane ed illusorie. Combinazioni alfabetiche si scontrano indefinite e indefinenti, la verità nascosta dietro sette veli di ipocrisia che nessuna danza farà cadere. Il silenzio stridulo degli dei confonde le menti. Allora non più ragione sia, ma sogno necessario. Sogno che accarezzi il futuro, che pensi all'uomo non padrone ma passeggero del mondo, che faccia dell'acqua elemento su cui poggiare fondamenta, che alla pietra tolga il peso e ne faccia aerea potenza. Sogno che sogna di contenere altri sogni. Sogno che genera spirali di nervature leggere che corrono sotto la pelle, appena visibili, come vene azzurre, corridoi di energia che si espandono all'infinito. Spazio. Aria che si espande. Respiro. Luce. Potenza. Confini inutili piegati allo sguardo, debellati, trafitti e lacerati. Sottili, invisibili cuciture legano cielo, acqua, terra. La pietra corre sull'acqua, ne accarezza gli infiniti riflessi disegnando volute matematiche. Non Afrodite sorge dalle acque, ma orgoglio di conoscenza, follia di speranza, gesto di figli affettuosi che, delicati, sollecitano la madre dormiente a nuovi sorrisi. Da vuoti infiniti corrono viandanti alla torre che promette rifugio. Sorride Gea all'ultimo dei suoi figli, ne asseconda le fatiche. Non più violata, partorirà sguardi luminosi. Vito Parisi, 6 giugno 2006
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